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La città

Le origini della nostra città risalgono ad un periodo molto remoto, narra lo storico Michele Amari “A una giornata di cammino da Siracusa tra un gruppo di vulcani estinti, sorge in cima ad eccelso monte la città di Mineo, ristorata da Ducezio re dei siculi, cinque secoli innanzi l’era volgare, quand’ei cominciò sua dura lotta contro le colonie greche...”, le fonti sulla storia della città nel primo millennio sono alquanto incerte e lacunose.
Durante l’avvicendarsi delle dominazioni normanna, sveva e angioina, Mineo subì le sorti di molte città e terre dell’isola che venivano infeudate ai militi dimostratisi fedeli al conquistatore di turno. Nel periodo normanno fu Signore di Mineo e del feudo Mongialino, Bartolomeo de Lucy, in epoca anteriore al 1292 ne fu Conte Manfredi Maletta.
Sotto il governo angioino, che durò dal 1266 al 1282, il malcontento della popolazione siciliana raggiunse l’apice: la politica fiscale vessatoria, la licenziosità della truppe, la scelta di Napoli come capitale del nuovo Regno, lo scontento dei gruppi dirigenti siciliani, causarono il Vespro che determinò la cacciata dei Francesi. Uno dei promotori della rivolta fu Giovanni da Procida, suoi fedeli compagni: Alaimo da Lentini e i nipoti di questo Giovanni da Mazzarino e Adinolfo da Mineo (Castellano del Regio Castello), insieme a Gualtiero da Caltagirone.
A Mineo, presso la fortezza “Alia” si conserva una lapide con su scritto: “Qui la pietà cittadina diede tomba ai tristi francesi contro i quali suonarono i memorandi vespri siciliani”.
Nel 1337 Mineo divenne contea e appartenne all’infante Joan, figlio di Re Federico III che lo aveva nominato anche duca di Randazzo; nel 1356 Corrado Doria ottenne la Castellania a vita.
Nella seconda metà del ’300 Mineo fu in potere di Artale I Alagona, che ne era barone, e che nel 1357 venne nominato da Federico IV Capitano della città.
Nel 1389 Artale Alagona donò la terra di Mineo alla figlia Maria: egli stesso tre anni prima aveva acquistato il feudo Mongialino con la sua fortezza da Perronus Lancia per 3.000 onze.
Fin dal periodo dei Martini appartenne al Demanio regio, sotto il controllo della corona, tramite la gestione di ufficiali locali fedeli al Re.
Dal 1361 fino al 1537, Mineo appartenne alla Camera Reginale, cioè al dotario delle Regine di Sicilia, che consisteva in una parte di territorio del Val di Noto assegnato come appannaggio alle Regine di Sicilia.
Nel 1361 Federico IV costituiva la Camera Reginale per la moglie Costanza: comprendeva le città di Siracusa, Paternò, Mineo, Vizzini, Lentini, Castiglione, Francavilla, Avola e altri luoghi e castelli.
La Camera Reginale si potrebbe definire come una sorta di grande Signoria feudale per la quale si dovevano prestare al Re i servizi dovuti: servizio militare in ragione della importanza delle terre possedute, pagare le imposte, rendere omaggi alla corona, costume che si conservò fino alla totale soppressione della Camera avvenuta al tempo di Carlo V nel 1537.
In quegli anni la città di Mineo risentì fortemente del malessere che gravava sul Regno: gravi ristrettezze economiche, angherie e soprusi di ogni genere da parte degli ufficiali locali.
Nel 1530 i Giurati decisero di convocare il Consiglio Generale per concedere in feudo alcune terre e far fronte ai gravi problemi economici del momento; quindi si infeudarono le terre di Castelluccio, Burgo, Impiso e Montagna, restando in beneficio della città il diritto delle gabelle sull’erba; e quello di tarì sei per ogni capo di bestiame venduto, e lasciando ai cittadini il godimento dei diritti di pascolo, legnatico e caccia. Questi feudi vennero spesso dati in gabella a nobili menenini, che si avvicendavano ora nella carica di giurato o di giudice, ora nella gestione delle gabelle più importanti della città, fra cui appunto quella dei quattro feudi. I Giurati cercarono in questo modo di sopperire alle continue richieste di donativi fatte dal Parlamento in cui partecipavano con il 26° voto, nel braccio nobiliare.
Intanto Carlo V aveva urgente necessità di denaro, a causa delle guerre sostenute contro i Turchi e del conflitto con la Francia.
Fu per questa ragione che il 10 aprile 1537 il Re diede ordine al Viceré Ferdinando Gonzaga di porre in vendita “Pro Precio” qualunque terra, castello, e secrezia  fra i quali anche Mineo.
I nobili e i gentiluomini della città, usufruendo della facoltà di riscattarla con l’esborso della somma stabilita, decisero di non uscire dal Regio Demanio e di non perdere le tradizionali libertà di cui da tempo godevano, pagando al fisco il prezzo necessario per il riscatto.
Il Vicerè inviò nella città di Mineo Don Filippo Sanchetta, uno dei maestri razionali del Regno, perché svolgesse le opportune pratiche presso il Consiglio cittadino, al fine di raggiungere l’accordo sul riscatto.
Nel Consiglio si deliberò di raccogliere la somma di diecimila ducati, che erano stati richiesti per il riscatto, totale onze 4.333 e tarì 10.
Il contratto fu stipulato a Messina il 18 aprile 1542.
Furono confermate tutte le immunità, le libertà e le franchigie anteriori, fu concesso il Mero e Misto Imperio con giurisdizione civile e criminale alta e bassa con potestà di vita e di morte contro i delinquenti e i facinorosi di qualunque sesso e condizione nati ed abitanti nel territorio e nei suoi confini. E fu dato alla città il titolo di Jucundissima.
Forti di questo, i cittadini non avevano timore che per l’avvenire potessero subire vessazioni da nessun nobile potente straniero.
La vita sociale della città ruotava attorno alla campagna: Mineo era un centro esclusivamente agricolo e rappresentava uno dei maggiori centri di produzione frumentaria in Sicilia.
La titolarità delle terre apparteneva esclusivamente al ceto nobiliare rappresentato da feudatari. I più abbienti dominavano sulla città in forza di una fitta rete di rapporti di parentela che li collegava tra loro in modo da non lasciare spazio ad estranei.
Intorno al 1570 e per metà del secolo successivo, la popolazione oscillava intorno alle 8.000 anime, di cui un terzo dimoranti nelle campagne; su queste ultime ruotava tutta l’economia della Universitas: erano i massari e i gabelloti i veri protagonisti di questa società.
Le merci venivano scambiate soprattutto all’interno della città.
La produzione agricola era basata per lo più sulla coltivazione di frumento, ulivi, vigneti; era fiorente l’allevamento del bestiame che serviva soprattutto per lavorare la terra ma anche come commestibile.
La fonte economica prevalente era comunque la produzione cerealicola.Vi erano molte famiglie ricche che dichiaravano un patrimonio di diverse centinaia di onze e che avevano al loro servizio diversi domestici.
Nel territorio circostante Mineo esistevano alcuni Feudi sui quali gli abitanti godevano di numerosi privilegi e diritti fra cui quello di far legna, cacciare e pascolare, diritti spesso disattesi dai Signori che avevano il possesso dei Feudi.
Per tutto il sedicesimo secolo non si verificarono avvenimenti di rilievo e Mineo godette di tranquillità e relativo benessere.
Negli anni ’20 del seicento, a causa di epidemie e carestie, e del terremoto del 1623, la popolazione si ridusse a poco più di 4.000 unità.
Un grave episodio accadde nel 1625: Filippo IV, con decreto Regio, mentre imperversava la guerra dei 30 anni, dispose la vendita delle città demaniali.
Mineo fu venduta a tre mercanti genovesi: Ottavio Centurione, Carlo Strada, Vincenzo Squarciafico.
I Gurati nominarono proprio procuratore Placido Nigido che si recò dal Cardinale Doria, Viceré e Capitano generale del Regno, chiedendo che fossero conservati i privilegi già concessi da Carlo V un secolo prima, ma il tentativo fu vano. Nel settembre dello stesso anno i genovesi presero possesso della città.
Furono giorni di grave tensione, anche per il disaccordo che ne scaturì fra chi sosteneva che non si dovesse rinunciare alle tradizionali libertà e chi invece voleva che la città fosse lasciata al proprio destino.
Il Consiglio Generale della città decise di contrarre un mutuo al 7% presso il banchiere genovese Martino Bado e di versare al Viceré la somma necessaria: once 12.800 (il triplo di quella che era servita nel 1537).
Si ottenne così dal Viceré l'autorizzazione per procedere alla soggiogazione, che consisteva in una sorta di pignoramento e garantiva la conservazione dell’autonomia da prepotenze esterne.
Gian Battista Morgana, Castellano, fu eletto procuratore generale dal sindaco e dai Giurati per contrattare con il Bado il prestito; il contratto fu stipulato a Palermo il 4 giugno 1627.
Mineo poté rientrare nel demanio Regio, ma fu costretta a duri sacrifici e ad inasprire l’imposizione fiscale a motivo del debito contratto.
L’onere assunto graverà sui cittadini, obbligati nei confronti degli eredi e degli aventi causa del Bado, fino al 1842, quando la Corte dei Conti lo estinguerà con una sentenza.
Iniziò così il declino della Jucundissima e Vetustissima Maenarum Urbis, ma la nostra bella cittadina, non si arrese e continuò a dare frutti e figli illustri, come dimostra anche la letteratura del recente passato.

Ente organizzatore       COMUNE DI MINEO          |         e con il patrocinio          REGIONE SICILIANA    |          DIOCESI DI CALTAGIRONE     |          MUSEO DIOCESANO DI CALTAGIRONE